Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

Quanto sono distanti le isole Faroe e il Giappone? Qualche giorno fa, sul comodino delle letture, si sono avvicinati.
Leggere questo romanzo di Johan Harstad mi ha riportato a quando ho letto per la prima volta “Norwegian Wood”, e curiosamente solo ora mi accorgo che in entrambi entra a buon titolo, la Norvegia.
Mattias è un ragazzo piantato per terra. Non a caso fa il giardiniere.

Quando lo consci – nelle prime pagine del libro – può ricordare Toru Watanabe. Centrato, sicuro di quello che si sente di essere. Sicuramente periferico, senza malattia di protagonismo.

Poi qualcosa cambia.
Continuano però le somiglianze.
Il tema della salute mentale, dell’essere confinati in un luogo di cura, dove persone come te ti danno attenzione, tengono al tuo equilibrio. Al tuo restare intero e non a pezzi.

La Morte, poi c’è la morte. ma c’è una speranza, quella di poter andare avanti lo stesso.

Di restare comunque legati a chi non c’è più, con gesti più o meno simbolici, più esteriori i intimi.

Il tema dell’essere secondi. Così come Buzz Aldrin è passato alla storia come colui che è stato serenamente secondo, sceso dopo Neil Armstrong sulla superficie della Luna.
Ma che poi. Tanto serenamente?
Il tema del canto, della Musica. Il canto come talento privato, come una dimensione intima dell’essere, tanto intima da voler essere esposta solo in condizioni eccezionali. Sempre in stati alterati dall’alcool. Che toglie le barriere delle inibizioni, e rende labile il confine tra corpo e anima, tra io profondo, istintivo e io pubblico, sociale. Il canto – dionisiaco, ma spogliato della sua dimensione carnale, reso pura essenza spirituale, distilla la purezza dell’essere, e lascia che l’io emerga in tutta la sua dirompente energia. Pressione sulle pareti, energia potenziale attuata e in rilascio improvviso, reazione esplosiva immediata.

Sullo sfondo – uno sfondo che si fa protagonista – il verde delle isole Faroe: scritte, sentite, raccontate così bene da fartele sentire addosso.

Romanzo storico? Entra la guerra dei Balcani. Non con lo svolgersi delle sue azioni: piuttosto con l’opera pietosa di chi ha cercato di dare un nome e dignità a chi era solo un corpo in una fossa comune. Esperienze che segnano gli uomini.

Uomini che si incontrano, vite che si intrecciano e restano in bilico, due squilibri che si compensano e che si aiutano.
Havstein come Reiko, il più anziano che sembra centrato, ma che centrato non è, o non è stato.

È un limite di questo libro, questa somiglianza, questa evocazione. No

Anzi, per me è solo un racconto diverso dello stesso mito.