Articoli marcati con tag ‘pensiero’

Un pensiero

lunedì, 3 agosto 2009

L’ uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo.
F.Nietzsche

La moralità ai «tempi» di Twitter

martedì, 14 aprile 2009

La moralità ai «tempi» di Twitter – Corriere della Sera .

Preludio notturno #2

venerdì, 30 gennaio 2009

Ormai è tardi: ore 2310, inizio registrato di questo post.
Tra poco sarà meglio cha vada a dormire. Dopo aver passato questa serata inutile, sterile.
Passata a vedere senza guardare pagine elettroniche: qualche caso umano, qualche schermaglia tra opposte fazioni, pochi video di mille anni fa.
Avrei dovuto fare mille cose, lasciare scorrere numerosi pensieri: ora mi accorgo che mi mancano pure le parole. Non tanto le parole per esprimere un pensiero: mi mancano proprio i sinonimi, gli abbellimenti. Una lingua che si sterilizza, che si atrofizza.
Atrofia, qualcosa che ha a che fare con il non nutrimento, se non erro.
Allenamento, forse si tratta solo di tornare ad allenare la mente. Quotidiana-mente.
Un flash: Perugia, poco oltre l’arco dal quale siamo entrati nel centro storico, forse questa primavera. Pioveva: Perugia e Todi le abbiamo sempre viste con la pioggia.
La strada in discesa, palazzi e costruzioni di un periodo incerto, collocabile comunque in un’epoca di degrado.
A Todi abbiamo presto tant’acqua, eravamo senza ombrello, e mi sentivo in colpa per averlo lasciato in macchina.
Fermi, al riparo nel portale della chiesa, ove giace sepolto Jacopone.
Non scorderò.

Preludio notturno

giovedì, 29 gennaio 2009

Ieri sera si è riproposto un pensiero che ormai era sepolto da strati di polvere infantile, solo di tanto in tanto smossi da un vigore intellettuale di periodo liceale.
Il Nulla.
Un pensiero che comincia col divertirti e finisce con lo spaventarti.
Il pensiero del mondo attuale, di ciò che siamo: di colpo contrapposto a ciò che sarebbe di tutto se nulla fosse. Se fosse solo nulla.
Nero. Vuoto. Nulla.

Impensabile.

Punto infinitamente contratto.
Tempo costantemente contemporaneo, infinito, immobile.
Nella mente non si contiene tale pensiero, continua a sfuggire.
La psicologia comincia ad osservare lo spavento derivante, la filosofia registra solo l’impossibilità della conoscenza.
La fisiologia per fortuna salva, osservando l’avanzare del sonno.
Sonno salvifico, sogno magnifico

4 ottobre: San Francesco d’Assisi

giovedì, 4 ottobre 2007

Già, San Francesco.
Oggi mi sono fatto i miei chilometri in macchina in giro per il nordest. Traffico, semafori, code. Poi la solita vita di lavoro, oggi a fotografare la solita paccottiglia cinese.
Però vibrava costante un pensiero.
San Francesco: già.
Ho pensato a tutti i franceschi e le francesche che mi hanno attraversato la mia vita.
A chi oggi festeggia anche il compleanno.
E poi a Francesco, alla sua Assisi.
Buon San Francesco, MassiEzio.

Buonanotte, Signora Libertà

mercoledì, 19 settembre 2007

Per una curiosa coincidenza, Andrea, giusto prima di leggere tuo post avevo proprio visto sul corriere online il video dell’editoriale di Mauro Mazza all’interno del Tg2 di oggi. Il titolo del giornale riferiva sia dell’uscita di Mazza, sia delle reazioni più o meno anestetiche di vari esponenti politici.
Ora, non ho seguito per filo e per segno lo svolgersi del famigerato V-Day. Un po’ per mancanza di tempo, un po’ per voluto distacco. Difficilmente sposo in pieno entusiasmo le parabole politiche di personaggi del genere. Forse con un po’ di opportunismo mi fermo un po’ di passi indietro: se ho voglia ascolto, rifletto, decido.
Ti dirò di più: non ho ancora visto una sola immagine filmata dell’intervento di Grillo al V-Day. Ancora una volta mancanza di tempo.
Quello che mi pare scandaloso ed evidente è la consorteria che si è raggruppata a cerchio intorno a questa classe politica per difenderla, quasi fosse la casta di monaci tibetani minacciati dal tirannico governo comunista cinese. E dopo i politici (e cosa strana quasi nessuno ha cominciato a cavalcare l’onda del grillo-pensiero), ora tocca ai giornalisti, servi del padrone. Assumono toni apocalittici, si cospargono di cenere il capo, a difesa delle virtù dei nostri amati politici. Gli italiani da sempre amano la propria famiglia: e come principio assoluto difendono strenuamente il proprio orticello. E transitivamente difendono chi protegge questo orticello: il politico raccomandante, l’imprenditore di riferimento, il potente di turno.

Difendere i poitici? Come possono ancora pretendere di avere credibilità dopo tutto quello che si legge, che si sa della loro attività-non attività.
Ricordo:
-il volo di Mastella
-lo scandalo degli immobili affittati a prezzi risibili, o peggio ancora svenduti a uomini politici
-i loculi al Verano
-i festini a base di passera e coca
-D’Alema che non sa che cosa ha firmato

Cavolo, una situazione deprimente. E deprimente che io non abbia di meglio che scrivere di questi dementi che ci governano.

In viaggio – comunicazione di servizio

giovedì, 7 giugno 2007

Probabilmente non ve ne accorgerete più di tanto: domani parto per lavoro.
Con la scarsa attività di questo periodo forse davvero non noterete la mia assenza.
Parto, vado via una settimana per lavoro. Shooting fotografici da seguire, in centro Italia.

Spero che al rientro mi sia concesso un po’ più tempo per scrivere; non solo, anche per pensare, ché il troppo lavoro – nobilitantissimo, sia chiaro – alle volte impigrisce il pensiero.

Mi porto dietro pure la mia macchina fotografica, dato che dovremmo passare in luoghi interessanti. Non mi dispiacerebbe farvi vedere qualche bel posto, qualche buona immagine.
Vedremo.

Intanto, alla prossima.
Stay tuned
m

Morte a 30 giorni

martedì, 26 dicembre 2006

Ecco confermata la sentenza.
Ecco persa un’occasione.
Non si tratta di difendere Saddam, o nascondersi il fatto che sia uno dei maggiori farabutti degli ultimi anni.
Si tratta semplicemente di pensare un’attimo un pensiero nuovo. Fermarsi, e inventarsi un finale nuovo ad una storia già vista.
La storia dei vincitori, che arrivati dopo anni di repressione al potere, imparano ben presto a comportarsi come gli aguzzini che furono prima di loro.
Tanto più che in questa storia, c’è ben poco della guerra civile, del colpo di stato, della liberazione da un regime tirannico.
Sono gli Stati Uniti che hanno cominciato una guerra, che l’hanno portata a termine pur essendo evidente che il casus belli non esisteva, in effetti. Che più o meno possono credersi vincitori.
Un popolo straniero, il popolo che si picca di essere bandiera di democrazia e di civiltà non può ora assumersi questa responsabilità.
Oggi questa condanna è un errore.
Avrei potuto capire una esecuzione sommaria, appena catturato il tiranno. Come fu in Romania.
Certo non si tratta in ogni caso di esempi assoluti di civiltà.
Questa condanna è troppo razionale, è vergognosamente meditata.
Il mondo occidentale perde una evidente occasione di dimostrare la tanto gridata propria superiorità morale.
Qui non si tratta di dimostrarsi superiori a qualcuno. Si tratta di dimostrare una vera forza, una vera forza morale. Assoluta.
Saddam merita il carcere a vita.
Ma non ci si può macchiare del suo sangue.
Certo, lui ha portato morte, ha sparso sangue innocente. Ma non è la cieca vendetta che porterà pace nell’animo delle vittime.
Corriere della Sera
Repubblica.it

Due frasi ed un pensiero, atto secondo.

giovedì, 14 dicembre 2006

Partiamo dalla fine del tuo discorso, Andrea.

“È difficile da mandare giù che lo stato sposi un universo di valori anziché un altro.” Difficile, talvolta, è vero. Molto più facile se lo stato optasse per rimanere single: di non decidere per tutti, ma lasciare tutti liberi. Non sto chiedendo di legalizzare un omicidio, credo.

No, non stai chiedendo di legalizzare un omicidio. Stai preconizzando il suicidio stesso dello stato, la sua fine per contrazione su se stesso.
Come dicevo, stiamo parlando di un universo di valori cui uno stato fa riferimento per poggiarci sopra prima la costituzione, poi leggi, regolamenti e tutto quanto possa regolare la vita e il divenire si una società che si riconosce in questo stato.
Certo che c’è la possibilità da parte di un individuo di non riconoscersi in questi valori. Ma se un individuo potesse decidere di autodeterminare in toto il proprio universo valoriale e fondare il proprio stato, lo stato non ci sarebbe più, avremmo solo una congerie di individui autodeterminantisi. In un processo di costante parcellizzazione, lo stato si ritirerebbe fino a sciogliersi.
Anarchia.

Bene. Ora andiamo con ordine.
Non sono convinto che si stia parlando di mutazioni genetiche o malattie. Affatto. Qualunque cosa sia l’omosessualità, non la sto contestando in sè, come espressione di una libera inclinazione di una o più persone. Sto semplicemente contestando il fatto che il frutto di questa inclinazione debba essere equiparata a quell’istututo che ad oggi è tutelato esplicitamente dalla costituzione: la “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Articolo 29 della Costituzione Italiana.
Credo che in questo concetto di famiglia come società naturale sia profondamente radicata la finalità conservativa della società: la procreazione.

Per quanto riguarda i testi sacri in cui si fa riferimento alle possibili unioni, basta citare la Genesi. Nel primo e nel secondo capitolo si fa riferimento alla creazione dell’uomo come maschio e femmina: “siate fecondi e moltiplicatevi”. E poi più avanti “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”.
Per non citare poi la distruzione di Sodoma (e chissà mai che cosa ci facevano di tanto strano a Sodoma), le peccaminose gesta di Onan, peccatore perché disperdeva il proprio seme senza scopo procreativo.
Ma è solo un piccolo accenno, e comunque, diffidando della costituzione, non vedo perché dar credito a un testo vecchio di tremila anni.

La Costutuzione nell’articolo che citi tu, non riconosce uguali diritti a tutti gli uomini. Hai notato? Si parla di dignità, uguale dignità, non uguali diritti. In realtà questa uguaglianza di diritti è recepita dalla nostra costituzione facendo riferimento alla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. E questa dice: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.”
Dunque i diritti si riconoscono allo stato della nascita, ma evidentemente è possibile che questa condizione muti. Vuoi un esempio? Se commetto un reato perdo il diritto di votare, per esempio.
I diritti dunque non appaiono essere questo monolito inscalfibile. Si può discuterne.
Ed io discuto, lo ripeto, non sul diritto dell’esistenza degli omosessuali, e ci mancherebbe pure altro. Discuto il fatto che le loro unioni debbano godere dei diritti riconosciuti alle famiglie naturali. E restringo ancor di più il campo. Pur ammettendo la possibilità che possano essere riconosciute le unioni gay per fini civili (eredità, tutela del coniuge, et similia), non ammetterò mai questa ugualianza di diritto in merito all’adozione.

Quanto dici è chiaro: “Un diritto è riconosciuto laddove ci siano dei presupposti. Io per esempio non godo in Italia dello status di rifugiato politico, e quindi non mi vedo riconosciuti queri diritti”.
Ma possibile che la tua chiesa, fondata sulla parola di Cristo affermi quanto dici? Che parafrasato suona: un gay non può avere i miei diritti perché non fornica con una donna, e dunque non procrea.

A parte il fatto che qui si vanno a sovrapporre questioni civili con questioni religiose, e a parte il fatto che la tua parafrasi è assai libera: non si tratta di fornicare (anche perché, permettimi, ma la fornicazione non è l’unione carnale in sè, ma quando fuori dal matrimonio). Si tratta di creare una famiglia. Una famiglia ha il diritto di poter adottare (e poi questo diritto non è poi così semplice ed immediato). Se ci pensi neppure i single hanno diritto di adottare.

Non possiamo prendere decisioni sulla base dei nostri principi. Badiamo ai fatti. Pensaci bene, a quello che hai detto. Non sta in piedi. Smonti in un niente Costituzioni, Dichiarazioni dei Diritti, lotte per riconoscimenti e via discorrendo.

Ecco, vedi. Ancora ognuno sulle sue posizioni.
Sempre con il massimo rispetto, per fortuna.
Almeno togliamo un po’ di polvere dal cervello.

A presto.

Due frasi ed un pensiero

mercoledì, 13 dicembre 2006

Perdonami, Andrea, se riemergo dal silenzio e butto il sasso nello stagno. Davvero mi manca il tempo, il più delle volte, per star dietro alle riflessioni che proponi. Però, ti assicuro, leggo e penso.

L’altro giorno trovo queste due dichiarazioni lasciate lì senza commento alcuno. Davvero volevo capire il senso del tuo riportarle, anche se immaginavo da parte tua una presa di distanza.

Ti avviso: anche se si tratta di questioni importanti e non transitorie, quella che butto nel mucchio è solo la mia opinione, per quanto radicata. Non intendo venderla a nessuno, né nessuno convincere.

In entrambi i casi, eutanasia ed unioni omossessuali, si tratta di questioni di principio. Non esiste un punto di incontro tra opposte posizioni a livello “pratico”. La posizione favorevole e quella contraria si irraggiano entrambe da principi più alti che non trovano – a mio parere – nessun territorio comune.
Per questo possiamo passare giorni interi a discuterne, ma rimarremo sempre abbarbicati ciascuno vicino ai suoi principi.
Unioni gay: ti dirò che per me sono aberranti (ed è inutile che mi metto qui a cercare parole più gentili, ché tanto il concetto non cambia). Poi si entra nel personale, nelle storie personali, e posso capire che una coppia gay possa voler un quadro legislativo per vedere riconosciuti dei diritti. Penso alla succesione dei beni, a tutele per il coniuge, alla pensione di reversibilità  e cose simili.
Tu affermi che lo stato deve riconoscere diritti. Che cosa vuol dire? Lo stato già  lo fa. Quello che forse intendi è che tutti devono godere degli stessi diritti. Ma un diritto si gode in base a determinate condizioni. Un diritto è riconosciuto laddove ci siano dei presupposti. Io per esempio non godo in Italia dello status di rifugiato politico, e quindi non mi vedo riconosciuti queri diritti. Oppure, se non ho la maggiore età  non ho diritto di voto. Perché? Perché la legge che stabilisce questi diritti si fonda su valori, su principi che così hanno stabilito.

Sono fermamente contrario alla adozione da parte di coppie omosessuali, e nulla potrà  farmi cambiare idea. Ci ho pensato su, mi sono confrontato di recente con una ragazza su questo argomento. E per me non regge l’argomentazione che fa riferimento agli insuccessi educativi, ai danni permanenti che coppie etero possono aver cagionato nei propri figli. Non regge perché vuole confrontare un quadro generale (tutte le coppie gay che volessero adottare) con dei casi particolari (le coppie educativamente patogene). Non regge perché va ad ignorare il perno intorno a cui tutto il discorso ruota: un principio, un valore fondante.
Credo che l’uomo stia scordando sempre più la propria esistenza all’interno della Natura. In preda a mania di onnipotenza piega tutto al suo volere, al suo capriccio. Impone delle regole del tutto culturali, andando a sovrascriverle su altre di ordine nautrale. Scommettiamo: se io ti parlassi dell’onnipotenza tracotante dell’uomo ponendoti esempi di come stia distruggendo la natura per fini del tutto materiali, per il profitto, per il potere; bene, sono convinto che mi daresti ragione, e ti porresti anche tu in una posizione critica nei confronti di questo delirio umano.
Se invece parliamo dell’autodeterminazione dell’uomo sui suoi comportamenti più intimi, sulla affettività , sulla sessualità , sulla morte, ecco che invece questo delirio non diventa tanto brutto, anzi! Affascinante! Immense cose ha fatto l’uomo! Ha sovvertito la natura e l’ha piegata al proprio volere.

Credo che ormai sia chiaro: dietro a tutto ci sono dei valori, e ciascuno vuole imporre i propri.
È scomodo da dire, ma i valori sono, oltre che una bella cosa con cui riempirsi la bocca, sono anche dei paletti, ci pongono dei limiti. Scomodi alle volte. Ma se condividi il valore di base, la prescrizione susseguente la accetti.
Un esempio banale? Se credi nell’amicizia e ci credi fermamente, passi sopra ai sacrifici che magari ti tocca sopportare per aiutare un amico, per rispettarlo. Chi lo sa, magari passare sopra questi principi, tradire un amico, ti porterebbe un vantaggio, un guadagno, la tua gioia. Eppure accetti il sacrificio, perché credi nel valore.

C’è qualcuno in questo paese che si riconosce in quell’insieme di valori che passa sotto il nome di Cristianesimo Cattolico (anche se ovviamente il Cattolicesimo è molto altro). Ecco, queste persone si riconoscono in un valore che chiamano vita, e per come lo intendono loro, non è dato che questa vita sia fatta di famiglie omosessuali, oppure di persone che si danno volontariamente la morte.
Puoi condividere o meno questi valori. Libero di farlo.
In base a questo non vedo perché uno che sostiene che le coppie gay non debbano essere parificate alle famiglie, debba essere bollato come omosessuale latente. Anche perché e perdonami se ti punzecchio – non mi pare carino offendere uno dandogli del gay, se poi vuoi difendere i gay e i loro diritti.

Lo stato? Parlare di stato è un gran casino: c’è di mezzo il territorio, la storia di millenni, quello strano affare fatto di compromessi che si chiama politica. Uno stato si trova a dover “gestire” i valori di milioni di persone. Si è inventata quella strana cosa chiamata democrazia, il voto a maggioranza, per cercare di far funzionare le cose. Assai fallibile, come meccanismo, ma di difficile perfezionamento.
È difficile da mandare giù che lo stato sposi un universo di valori anziché un altro. Ma è frutto di questo meccanismo.
Quindi lo stato deve porre dei valori, il che significa porre dei limiti. Non è pensabile che ci possa essere un riconoscimento di tutti i valori: sarebbe la totale anarchia, perché dovrebbero trovare riconoscimento lecito anche istanze del tutto incivili, asociali. E sarebbe il caos.

Sulla collina

domenica, 26 novembre 2006

Hai visto?
È solo un piccolo scorcio della vita che scorre all’ombra delle colline. Stradine che si inerpicano e salgono, chiuse da piccole case, palazzotti con le finestre serrate, nessuna luce nella sera.
Osterie che dall’alto osservano la notte passare sottile tra le vie del centro. Osterie chiuse nel ventre di vecchie case, osti robusti come il legno dei banconi guardano passare gli anni attraverso generazioni di bevitori di vini diversi.
Intorno scorre la vita.
Nelle vie, nelle case, nel chiuso delle auto, nelle stazioni, scorre una vita che sorprende, s’agita e si dibatte, ribaltando previsioni e schemi, sovvertendo il pensiero che piccoli uomini credono di dominare.
Ascolta.
Nei tuoi silenzi trovi la via. Nei tuoi sussurri trovi la strada per partire. Nei sonni scanditi dal rumore del treno c’è già  scritto un percorso.
Nel sibilo di un aereo c’è una vita che cresce.

Ed ora?

venerdì, 11 agosto 2006

Siamo più sicuri?
Hanno sventato un altro attentato, hanno interrotto la trama di un ennesimo gruppo di aspiranti kamikaze, pronti a far saltare le basi della nostra sicurezza, della percezione della nostra sicurezza.
Bel lavoro, di intelligence, si usa dire.
Ma ora, siamo forse più sicuri?
Non credo, qualcosa mi dice che quei venti uomini arrestati sono già stati rimpiazzati da altrettanti fanatici.

Di fronte a questo episodio, in cui le persone comuni, ignari passeggeri d’aereo, sono state messe in serio pericolo ancora una volta, bisogna fermarsi e riflettere.
È evidente che la strada che si sta percorrendo contro il terrrorismo è sbagliata, è un rimedio che per un effetto positivo momentaneo, ne procura altrettanti negativi di maggiore portata.
Bisogna fermarsi, considerare che si è su un percorso sbagliato, e riflettere su cosa fare ora.
Nulla ci impedisce di ripensare da capo, ripensare completamente la risposta da dare agli attacchi che stiamo subendo. Possiamo finalmente decidere di combattere non le forme esteriori del terrorismo, ma le sue radici profonde.
Non sarà facile, è un pensiero che ci costringerà a ripensare tutta la nostra esistenza, ma forse è anche l’occasione per intraprendere una strada nuova, non solo per la politica estera mondiale, ma per tutta la vita dell’umanità.

Se il problema portante è l’ingerenza dell’occidente nei paesi meddio-orientali, ingerenza legata alla presenza del petrolio cammuffata da volontà di pacificare, allora davvero diventa vitale e indispensabile ripensare la nostra società dimenticandoci anzitempo del petrolio e andando alla massiccia ricerca di fonti energetiche alternative.
Non più dipendenti dal petrolio potremo lasciare i paesi medio-orientali liberi da occupazioni che loro sentono invasive e umilianti. Saranno allora liberi di autodeterminare la loro esistenza. Solo allora ci si potrà confrontare seriamente e serenamente per ceracre di raggiungere una vera pace per tutta l’area. Solo allora potrà svanire l’odio antioccidentale che si sta innestando non solo nelle classi politiche, ma in ogni uomo di quella cultura.

Per fare tutto questo è necessario che la classe al potere oggi sia spinta verso il cambiamento dalla pressione costante e ingente del popolo.

Il più forte sa fare ancche un passo indietro.

Square: mediocrità e fantasia

domenica, 11 giugno 2006

Come dici tu, Andrea.
La mediocrità è una continua tentazione di ogni giorno, in ogni persona. E di certo oggi molto più che in passato. Mi viene il sospetto che sia un portato di quella società (a cui ormai attribuiamo la responsabilità per le mille storture che incontriamo ogni giorno), che chiamiamo consumistica. Come se la mediocrità fosse anche acuita dalla frustrazione di desideri posticci, indotti artificialmente: cosa che appunto questa società è parecchio brava a fare.

Vincere la mediocrità diventa quindi un impegno da prendere, ciascuno per proprio conto. Intimamente, e con il solo scopo di crescere interiormente. Ecco, qui la violenza è benefica, necessaria. Perché è solo con una costante violenza applicata a se stessi che in qualche modo si può cercare di portare a compimento questa rivoluzione interiore. Dobbiamo lottare contro la subdola tendenza a prendere strade in discesa, senza ostacoli, soluzioni preconfezionate, pensieri già pensati, opinioni consumate.

Pensa, Andrea, anche al campo dell’arte. Dicevi tu stesso delle epoche passate, correnti di pensiero definite, fenomeni artistici con un nome preciso, una poetica che appena sorta era dirompente, il più delle volte. E guarda ora quel fenomeno che qualcuno ancora chiama arte: la sua stessa poetica è mediocrità. Certo, rivestita di quella curiosa texture chiamata trasgressione. Se guardi bene è un’arte che si vota totalmente al suo mercato, non è fatta per discutere o sovvertire, ma è fatta per essere maggiormente venduta. E oggi quel che si vende è questa fantomatica – e assai fittizia – trasgressione.

Mancanza di fantasia, già, forse moriremo di questo vuoto, incapaci di riempirlo con qualcosa di spontaneo.

Square: una riflessione

sabato, 10 giugno 2006

Andrea, la tua è una riflessione che ne fa nascere altre, discutibili se vuoi.
La grandezza e la mediocrità del male. Nel tuo post c’è un riferimento, un parallelismo tra i protagonisti della vicenda di oggi e Gandhi ed Hitler.
E subito ci si accorge della grandezza di questi – grande nel bene Gandhi, grande nel male Hitler. E dell’immensa piccolezza di quelli: mr. bush ed al zarqawi. Talmente piccoli che, come dici tu, morto un al zarqawi ce ne sono già decine di altri pronti a prendere il suo posto.
La grandezza si vede davvero nei metodi di agire, nelle categorie di pensiero che entrano in gioco. Allora si parlava di dialogo. Oggi si lanciano missili.
Purtroppo però anche il male mediocre, il male compiuto da piccoli maligni, è dannoso quanto e forse più di quello perpetrato dai grandi maligni.
Riflessione sterile, dunque. Poco utile.

Che stia entrando anche in noi questa mediocrità imperante al giorno d’oggi? Forse ci stiamo assuefacendo al fatto che tutto sia piccino, mediocre, sostituibile, rimpiazzabile. Compro un telefonino, mi dura sei mesi e poi si rompe; un poco mi scoccia, ma alla fin fine poi prendo, vado al grande magazzino dell’elettronica e lo cambio. Faccio tutto quello per cui quel telefonino era stato progettato. Mediocre e sostituito da un’altra mediocrità. Ormai abbiamo fatto il callo a questo meccanismo. Difficile davvero spezzarlo senza conseguenze dannose, in un modo o nell’altro.
Meccanismi sovra-individuali. Esattamente come la lotta armata, fomentata da mediocri ideologie (che sia il potere delle sette sorelle o quello della guerra santa islamica). Finito un al zarqawi, un osama, un omar, si riparte. Si va al grande magazzino della miseria, si raggiunge il reparto ideologizzato e si prende la prima carne da cannone vestito da capo carismatico. Altrove si va al supermercato della democrazia elettiva, si prende uno dei candidati preconfezionati da qualche altro mecanismo mediocre, e lo si ricopre legittimamente di pieni poteri. E il gioco è fatto: due mediocri a confronto, incapaci di capire alcuna logica che non sia quella del direttore del supermercato da cui vengono.

Noi, ormai convinti che la mediocrità sia un gran valore, ringraziamo e ci leviamo il cappello quando passa il presidente di turno, soddisfatti perché abbiamo fatto le primarie.

E così via, in un continuo spiraleggiare verso il basso, incapaci di capire che al peggio, forse, non c’è limite.

A meno che, con una fantasia inaspettata, l’Uomo decida di svoltare. La prima svolta sarebbe riconoscere come individuo la persona che accanto a te dorme, sfinito, seduto in metropolitana. Sarebbe riconoscersi come individui, in mezzo ad individui. Individui insignificanti, ché nessuno si metta in testa di essere onnipotente. Ma individui, non masse. Storie singole, non fenomeni da libro di geopolitica.
E se ciascuno capisse che come entità singola può anche nel suo piccolo, infinitesimale mondo cambiare qualcosa perché non continui la sua corsa spiraleggiante verso il basso, allora sarebbe possibile, prima o poi, vedere finalmente l’Hitler e il Gandhi che si parlano.
E che dopo essersi parlati, si capiscono, e ci spiegano perché dobbiamo riporre le nostre armi (kalashnikov o royalties petrolifere), e fare tutti quanti un passo indietro perché possa esserci un posto decente in cui vivere ancche per i nostri nipoti.

Allora.

La prima grande, immensa rivoluzione dobbiamo farla dentro di noi.

Riflessioni del ritorno

mercoledì, 29 marzo 2006

I greci antichi li chiamavano nostoi.
Nostos in greco significa ritorno, e nostoi erano i racconti epici che raccontavano le avventure e i travagli degli eroi di ritorno dalla guerra di Troia.
Fin dall’antichità dunque il viaggio e il racconto vanno a braccetto.
È innegabile che l’uomo in viaggio è spinto al pensiero, e il pensiero si organizza diversamente in viaggio da come farebbe se fosse stanziale.
Anche il viaggio più banale porta al pensiero.
Non c’è nulla di eroico nel tragitto che mi porta dal lavoro a casa, ogni sera. (O forse sì; ma questo è tutt’altro argomento.)
Eppure si pensa, si riflette, si segue un filo magari distratto, ma ordinato e tale da avere un inizio ed una fine.
Un ragionamento che si modifica anche in ragione di eventi esterni, di oggetti del mondo che entrano nel campo visivo del pensiero stesso. Florenskij parla di qualcosa di simile a proposito del sogno, ne Le porte regali.
Sarebbe splendido accostare l’esposizione di un pensiero del ritorno alle immagini che si possono osservare lungo il tragitto fisico, sulla strada verso casa.

Oggi è stata la prima giornata di primavera oggettiva.
C’era aria limipida, cielo terso e sereno. Poche nuvole, bianche e compatte. Blu, assoluto, il resto.
E nella campagna intorno, alla base delle colline c’era la netta percezione della superficie terrestre, e del limite che unisce e separa cielo e terra. Coline che si compenetrano all’aria limpida. E quasi percepivi la curvatura della Terra.

Che cosa ci fa in mezzo a tutto questo un uomo?